Opere
    Biografia
    Critica
    Bibliografia
    Mostre
    News
    Gallery
    Contatti
Profondo Blu (english version - deutsche version)

Ma che fine hanno fatto tutti gli altri colori?
In quel molteplice muoversi all'interno della creatività, accade sovente al critico di sconfinare tra i linguaggi spostandosi dall'immagine alla parola e viceversa. Talvolta rischiando più di quanto gli possa essere concesso, tra sintonie e discordanze. Appare così quanto mai ovvio che la ripetuta e finalizzata visione delle opere di Carlo Vicenti, quelle - tutte scandite nell'azzurro - di questa mostra, allestita negli spazi storici e suggestivi del Castello di Carlo V a Monopoli, abbiano sollecitato certe riflessioni e certe citazioni, a memoria ovviamente, quali quella di Goethe che precisava come l'azzurro fosse vicinissimo all'oscurità e quella di Matilde Serao che scriveva di un colore in varie sfumature. Accade allora che lo spazio della pittura possa intendersi anche come spazio della scrittura, e che i segni monocromi e monotoni possano leggersi come tracce del racconto, e quindi luogo dell'essere e dell'evocazione. In una realtà sazia di forme e di colori, da tempo Carlo Vicenti si avvale di un suo colore guida e di una materia pittorica di un particolare spessore tattile con cui costruire movimenti e intensità, ovvero correnti, da intendersi - come ha recentemente scritto Monsignor Cosmo Francesco Ruppi arcivescovo Metropolita di Lecce - quali flussi di storia e di cammini. E in questa fluidità che rimanda al mare, specialmente allorchè la massa cromatica - nel suo costruirsi di infiniti tasselli - sembra divenire furente, in un'espansione energetica ricca di addensamenti che invertono e moltiplicano la direzione stessa della pittura e quindi del cammino, la tempesta degli azzurri sconfina verso il buio. Verso la notte. Non il nero a dominare la scena, per˜, ma il blu. Da dove viene il blu che avvolge? Quel blu incupito che non riesce a separare il blu del cielo dal blu del mare, che ha smarrito l'orizzonte tra azzurro e nero, e che nel fondo abissale dello stesso tinge di azzurro i segni del pensare. Facendoci percepire la distinzione tra azul claro e azul scuro così cara alle famiglie castigliane, tra vibrazioni infinite e furori materici che appaiono quale vera e propria scrittura sulla superficie. Texture insomma. Ma anche silenzio. Forse il soprannaturale silenzio astenico del colore - proprio quel blu di tono ultramarino di cui scriveva Dino Buzzati recensendo la mostra di Yves Klein alla Galleria Apollinaire nel gennaio millenovecentocinquantasette - cui faceva riferimento Pierre Restany scrivendo dell'artista francese e della sua pittura. E in questo blu dipinto, unico colore e frammento di materia, al tempo stesso presenza e assenza, ma corpo luminoso realistico e colorato nelle sue alternanze e nelle sue molteplici vibrazioni, che all'aumentare della percezione spinge l'occhio e la mente a ritornare definitivamente nel blu più intenso, Carlo Vicenti ci fa tornare alla mente i ritagli del cielo di una memoria tutta personale, in una sorta di incrocio luminoso che è anche voglia di cielo e di libertà. Nella conferma che il mondo, alla fine, potrebbe essere anche tutto blu.

Toti Carpentieri
Critico d'arte

indietro
Carlo Vicenti ©2006 UNITY.it