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Il Corpo Astratto

Si può guardare al mondo attraverso un'immagine contaminata dall'immagine? E quanto ci somiglia?
E potremo mai districare in quel labirinto visivo un'immagine pura, che magari ci sia data ancora una volta dall'occhio ipersensibile dell'arte? Fa problema, perché sorprendentemente nuova, e dunque incollocabile dentro gli schemi fissi della storia, quella contaminazione tra visuale e virtuale che ha messo in scena l'immagine elettronica, sottile, decontaminata anche dall'ultimo residuo di materia.
In effetti, per la prima volta a memoria d'uomo l'immagine non rimanda più a un corpo ne ha più corpo (il simbolo, l'archetipo, in quanto espressi, erano comunque sempre derivati da quel grembo primigenio, come un sogno ha bisogno di un corpo per essere sognato).
Questa immagine lieve (ma si sente come già il nome «immagine» risuoni inadeguato a questa «cosa») è invece la controfacciata di una relazione numerica, e il numero, la cifra (il cui etimo arabo significa zero, nulla) mantiene, delle cose, l'elemento più astratto: è il loro puro rapporto. Curiosa concomitanza con la civiltà della comunicazione: l'immagine ne assume la nuova carne diafana. Entra in quel mare non per vedere com'è fatta l'acqua, ma per vivere in uno stato di assenza di peso che non si può vivere più sulla terraferma della «figura»; evidentemente l'acqua è un fenomeno molto più «tisicamente astratto», per così dire, della massa terrestre. E a poco a poco prende a sentire lo stato primario della realtà. È un'immagine al tempo stesso madre e figlia (cenere e Fenice) di una contemporaneità che «sente» l'immateriale come struttura universale, «organica». Ogni tempo ha le sue soluzioni, e non altre. Si capisce dunque come il lavoro «astratto» di Vicenti, nonostante le epidermiche e persino ironiche analogie, si collochi a una distanza sideralè da quell'astrattismo storico cui fa pacifico rimando formale, e tanto più dal dibattito, peraltro inconsistente fin sul nascere, tra l'astratto e il concreto condotto sul terreno del primato di «verità». In questa pittura - in questo «mettere in luce» la piaga dello svuotamento dei corpo con i mezzi, i trucchi, le piacevolezze della pittura, con il balsamo velenoso della sua lentezza, del suo sedimentare, creare croste odorose e vibranti, organiche - è proprio la priorità di materia che volge in forma pura. Astratto non è aggettivo d'immagine, ma di forma, di corpo. Come gli alchimisti violarono la norma dando «carne» della luce - che ponevano quale quinta essenza del corpo umano così «concreta» che tentarono persino di estrarla per via di distillazione - Vicenti raccoglie la sfida di dar corpo a questa nostra nuova materia costitutiva che è relazione, cifra. L'arte non ha pudore, e rende l'espropriazione dal «corpo» estetica, bella. Se ne fa bella. Così, della pittura rimane la reliquia: l'aspetto più segreto e persistente - ibernato, diremmo in neolinguaggio - della forma.

Andrea Zamboni
Critico d'arte

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Carlo Vicenti ©2006 UNITY.it